La Giustizia si veste del manto di Arlecchino

Oltre un secolo fa un grande giurista, Nicola Coviello, affermava in modo deciso che la virtù, della quale si deve sempre ammantare la legge, è la chiarezza.

Le leggi chiare rendono un servizio allo Stato, rispettano i cittadini, evitano i cavilli, non distraggono risorse.

Osservando la storia dei Paesi civili, si rileva come la giustizia venga amministrata in modo lento quando lo Stato è in crisi, invece tutto è risolto in modo spedito quando il momento socio-politico è favorevole.

Al riguardo basti raffrontare la durata del processo in Francia con quanto avviene in Italia.

Nel caso del nostro Paese non si tratta solo di lentezza ed affanno dei processi, fenomeno in buona parte distinto è quello dello spropositato numero di leggi vigenti, ancora formalmente in vigore, mai abrogate, per quanto in massima parte cadute in desuetudine.

Siamo nell’ordine di ben duecentomila.

Il discorso continua con la scarsa qualità della produzione legislativa.

Opera delle Camere e, quindi, del potere politico.

I giudici devono limitarsi all’applicazione delle leggi vigenti.

Scarsa qualità dell’estrinsecazione della funzione legislativa in quanto, assai spesso, le norme suonano, nella lettura, di un significato ripetitivo, confuso, se non inutilmente enfatico e contraddittorio.

Per ragione di brevità basta riferirci al Documento di economia e finanza, la legge finanziaria a cadenza necessariamente annuale.

Legge immancabilmente corposa, cioè lunga nell’esposizione, composta di ben pochi articoli, ognuno dei quali contenenti i centinaia di commi.

Frutto in parte di migliaia di emendamenti proposti in commissione e durante la discussione parlamentare.

Magari il tutto completato dal decreto “milleproproghe” .

Esso è un contenitore delle pretese di questo o quel deputato, fatte nell’interesse di piccole comunità o relative a limitate esigenze territoriali.

E’ noto come la discussione della legge di bilancio impegni ore e ore di dibattito.

Nel Regno Unito invece, il Cancelliere dello Scacchiere reca il documento legislativo nella stessa borsa di cuoio, che il suo predecessore usava al tempo di Disraeli. Siamo al 1870.

Il documento viene letto ai Comuni e gli onorevoli deputati  devono soltanto esprimere l’approvazione o meno della legge. Non vi è discussione alcuna.

In mezz’ora il documento viene presentato e approvato.

Se non c’è approvazione il Governo di Sua Maestà se ne va a casa.

Ultima cosa da dire su tale argomento, che potrebbe essere trattato in modo ben più ampio, è questa.

Nel Paese di Arlecchino, l’abito dalle mille pezze e dai vari rattoppi, copre,in modo impietoso, i documenti legislativi di base, cioè i Codici.

Mai una riforma seria in settantadue anni di Repubblica è stata avallata.

Ancora, fra gli altri, è vigente il Codice Penale del 1930.

I restanti tre non sono mica di recente promulgazione.

Su di essi viene, quasi di continuo, modificata una parte con il risultato non solo dell’insufficienza ma, pure, della inattualità.

Infatti, scorrono anni fra la data, in cui viene proposta la sia pure parziale legge di riforma  e la data, in cui la stessa legge viene approvata e diventa esecutiva.

Piccolo spaccato quanto detto di una giustizia malata in un Paese che non gode di buona salute.

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