Dove andrà l’avvocatura e quale eredità farà sua

“non si usa più l’eloquenza di una volta; una volta era pingue, oggi deve essere asciutta; una volta era adorna, oggi deve disdegnare gli ornamenti …….. questo nuovo stile risponde al carattere del nostro tempo, nel quale progredisce la scienza e declina l’arte”.
Così parlò Carnelutti.
L’Uomo, ebro di scientismo, perde il gusto della bellezza e l’amore per l’arte.
Non più l’affascinante berniniana processione di bianche colonne marmoree, ma i progetti fantascientifici del policromico Beaubourg.
Non più le statue a cui manca solo la parola, ma la “Merda di artista” di Piero Manzoni.
Non più Gioconde dal sorriso immortale ma squarci su tela di Fontana.
Non più alata poesia, ma cinquanta policrome sfumature di erotismo!
Scienza, informatica, pragmatismo hanno scacciato le Muse; declina ogni forma d’arte, intesa come sentimento lirico espresso in modo compiuto, capace di coinvolgere ed estasiare.
Anche l’ars oratoria è trapassata; le forbite arringhe di Maestri facondi non echeggiano più nelle aule di giustizia: non mancano gli avvocati colti dall’oratoria travolgente, ma forse non ci sono giudici disposti ad ascoltare ed apprezzare quelle divagazioni nei campi della cultura, della letteratura, del costume, della storia, che, pure, fornivano la chiave per meglio comprendere complesse vicende umane.
Ogni parola e ogni fatto avrebbero offerto a Porzio, Raimondo, De Marsico, Carnelutti spunti per travolgenti arringhe.
Erano quelli di un tempo Magistrati aristocratici, nel senso greco del termine ed umanisti, permeati di cultura classica; oggi neppure ai grandi Maestri converrebbe, per difendere , uscire dai limiti di un’arringa squisitamente tecnica finalizzata ad illustrare ai giudici popolari l’istituto della legittima difesa.
Pochi magistrati apprezzano oggi l’ars oratoria e quindi come potrebbe interessarsi dell’antica cultura l’uditore ultramoderno incline al sentire del presente?
Gli avvocati colti, quelli che hanno la magia della parola, si limitano oggi all’analisi dei fatti ed alle discussioni tecniche, omettendo riferimenti ad opere letterarie, declamazione di versi e financo la citazione di brocardi latini, che potrebbero non essere compresi.
Per opportunità evitano le divagazioni; per prudenza i riferimenti a Dio, frequenti fino agli anni settanta, quando i Grandi lo invocavano nei processi d’amore e di morte.
“Ed invece di quest’ironica menzogna, scritta sulle pareti di queste aule, che dice come la legge sia eguale per tutti, io vorrei che su queste mura si imprimessero le grandi parole di Carlo Richet: “se un Dio sedesse nei Tribunali, Egli sarebbe d’una inalterabile indulgenza per le colpe del dolore umano”. Il senso di queste parole illumini le vostre menti ed ispiri il vostro verdetto.”
Così Giovanni Porzio concluse una sua perorazione in epoca in cui si poteva in Tribunale parlare di Dio.
Forse perché non era ancora venuto il peggio del ’68!
Il rifiuto dei principi fondanti della nostra società e della Tradizione, la rivolta contro Dio, la religione dell’ateismo, la dissacrazione della Famiglia, l’esaltazione del materialismo, la negazione delle gerarchie e della disciplina, il disconoscimento del merito,la globalizzazione del dissenso, l’irrisione dei principi e tanto altro.
Il fosco vento della mera contestazione, dissacratrice di ogni valore, si è infiltrato da decenni nelle aule dei Tribunali non liberando dalle catene bensì rendendo quest’ultime libere.
Il giuramento davanti a Dio del codice Rocco è stato sostituito dall’impegno a dire la verità: non più il sacrale “giuro”, ma un civile, molto laico e risibile “mi impegno”.
Abrogato Dio dal giuramento per rescriptum principis, sulle pareti delle aule dovrebbe sopravvivere il Crocefisso accanto alla scritta “la legge è uguale per tutti”.
Nelle aule (anche se non in tutte) il Crocefisso sopravvive con il suo simbolismo: persino il figlio di Dio innocente può essere condannato (tanto più che il giudice pronuncia le sentenze in nome del popolo, quel popolo che tra Cristo e Barabba scelse il secondo!).
Voglia Dio che dopo il Suo esilio dalle aule di Giustizia, in esse sopravviva almeno l’humanitas!

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