Il Paese dai cento Tribunali (in buona parte inutili)

Il titolo è scopiazzato da parte mia da altri argomenti, di carattere storico e letterario.

Si è detto sempre, riguardo il Medioevo, “…Italia, il Paese delle cento città….”.

A sua volta, uno scrittore siciliano, Antonio Prestinenza, titolò una sua opera “…La città dai cento campanili…”

Per tornare al nostro tema, di carattere giudiziario o, se si preferisce, paragiudiziario, in Italia vi sono più di cento Tribunali.

Prima della solita riforma burletta sulle Circoscrizioni giudiziarie, i Tribunali erano ancora di più.

Chi scrive si lamenta che la sforbiciata ha toccato le foglie e non i rami.

Insomma, doveva essere drasticamente abbattuto il numero dei Tribunali.

Quanto si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto, lo sarebbe stato a beneficio del funzionamento della macchina giudiziaria.

Cercheremo di spiegare il concetto, avvertendo i lettori che, nel caso in cui ci sia da toccare un primato negativo, l’Italia vince sempre rispetto ad altri Paesi, per così dire, di democrazia avanzata.

Diciamo subito, in piena lealtà, che sugli oltre cento Tribunali operanti, ben pochi funzionano in modo appena sufficiente.

La massima parte finge di funzionare ma non funziona affatto.

Sotto un certo aspetto è la solita mentalità provinciale che grava sull’Italia, quale un’eredità dannosa.

Quella del Comune in lotta con il Comune vicino, quella delle piccole Monarchie feudali, quella delle microscopiche Signorie.

Non a caso, e sempre in linea con quanto stiamo dicendo, il piccolo originario Regno Sabaudo produce un odierno Piemonte, in cui, prima della riforma farlocca sopra accennata, i Tribunali erano ben diciassette.

Oggi qualche unità in meno.

Non si ha mai avuta l’idea, da parte di ciascun Governo -monarchico, fascista o repubblicano- dell’Italia unita, che il concetto del borgo, nella cui piazza si teneva giustizia, muovendosi i tempi, fosse da archiviare.

Oggi, nel 2018, si tocca addirittura il senso del ridicolo.

Basti pensare ai mezzi di trasporto, alla telematica.

Che senso abbia un Tribunale a  Palmi o Patti, rasenta, ed è solo uno fra i tanti esempi, l’incomprensibile.

Già funzionano appunto male e in modo lento i Tribunali di Palermo o di Brescia.

Bisogna avere il coraggio di ammettere che in città quali Enna o Crotone i processi sinanco talvolta si perdono nei meandri del tempo.

Organici perennemente insufficienti, giudici di prima nomina che quando possono scegliere se ne scappano, conseguenti e frequenti ipotesi di incompatibilità, contrassegnano il triste spettacolo del così detto processo.

In democrazia, una Giustizia tardiva è Giustizia negata.

Ne fanno le spese tutti, attori e convenuti, imputati e parti lese.

D’altra parte, “chi ha ragione teme, chi ha torto spera”.

È sin troppo facile capire che i quattro giudici togati in attività, a Piombino o Crotone, non assicurano alcun servizio.

Ripetiamo che sono soltanto degli esempi e se ne vogliano i valorosi avvocati dei relativi Fori.

Piuttosto, l’assegnazione di un numero di magistrati in una grossa struttura giudiziaria consentirebbe, come è ovvio, una maggiore produttività.

Non è solo quello qui brevemente trattato il motivo in forza del quale la macchina giudiziaria va a rilento.

Il problema riveste tanti contenuti, appunto nella propria vastità.

Tuttavia, il caso che ci occupa è quello che, storicamente deriva da un provincialismo ancora presente.

Il Consorzio umano è civile quando la giustizia è improntata a celerità ed efficienza.

L’Italia conquista immancabilmente gli ultimi posti fra le Nazioni rette a democrazia partecipata.

E, una delle ragioni più determinanti va ricercata nel pianeta della Giurisdizione.

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