LA NOZIONE DI AMMINISTRATORE. RUOLO DELL’AMMINISTRATORE NELLE SOCIETÀ DI PERSONE E DI CAPITALI

Il codice civile non definisce in via generale le funzioni degli amministratori, ma indica tutta una serie di specifici obblighi in relazione a singole vicende della società, limitandosi a dettare il principio secondo cui gli amministratori sono tenuti ad adempiere gli obblighi ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo, con la diligenza del mandatario come dall’art. 2392 c.c. comma 1.

Nelle società di persone l’attività di amministrazione è inerente alla qualità di socio, dato che vi è una naturale immedesimazione tra la persona del socio e l’attività di gestione, come del resto vi è una naturale coincidenza tra l’assunzione del rischio d’impresa e il potere di direzione di essa, diversamente da quanto avviene nelle società di capitale dove in genere l’attività d’amministrazione non è un tutt’uno con la qualità di socio, ma può essere svolta da soggetti estranei.
All’interno delle società di persone, in genere, il potere di amministrare risulta essere un requisito essenziale, strettamente collegato alla qualità di socio e di norma “spetta a ciascuno dei soci disgiuntamente dagli altri”, ex art. 2257 c.c. . L’amministratore risulta essere per buona parte della dottrina non un organo della società, ma un soggetto incaricato dagli altri di gestire l’attività sociale, alla stregua di un institore o di un mandatario della società.
La maggior parte della dottrina ritiene però di non poter accettare questa interpretazione dato che non si può negare, anche nelle società di persone, l’esistenza di organi molto simili a quelli che esistono nelle società di capitali.
Buona parte degli studiosi di diritto tendono a sottolineare che l’amministratore di società di persone non è un soggetto legato agli altri soci da un rapporto di mandato, ma un organo sociale pieno, che come principale caratteristica ha quella di essere compenetrato direttamente con la qualità di socio. Il soggetto giuridico che esercita il potere all’interno della società è l’amministratore che del resto lo manifesta anche all’esterno nei casi in cui esso è dotato di rappresentanza. Egli è quindi nella possibilità di compiere tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, tutte le volte in cui essi siano necessari e utili per il conseguimento dell’oggetto sociale. In particolare vi è da dire che il potere di amministrazione nelle società di persone può essere limitato dal diritto di veto che spetta a ciascun socio amministratore, al fine di opporsi a tutte le operazioni che un altro voglia compiere. Vi è da dire, inoltre, che il diritto di veto, come parte della dottrina afferma, non produce come effetto quello di riuscire a fare diventare l’operazione contrastata un’operazione di competenza della collettività dei soci, ma semplicemente paralizza il potere di amministrazione del socio nei confronti del quale il veto è stato posto.
Per quanto riguarda i diritti e gli obblighi degli amministratori, occorre dire che essi, in relazione a quanto prima affermato, sono stabiliti dall’art. 2260 c.c. comma 2 che recita testualmente: “gli amministratori sono responsabili solidalmente verso la società per l’adempimento degli obblighi ad essi imposti dalla legge e dal contratto sociale”. Occorre comunque precisare che il principio della responsabilità non viene esteso a tutti coloro che riescono dimostrare di essere esenti da colpa. La responsabilità dei soggetti amministratori è relazionata direttamente alla società e quindi tende alla ricostruzione del patrimonio sociale eventualmente danneggiato.
Per ciò che riguarda i diritti è importante sottolineare che il primo diritto dell’amministratore risulta essere quello del potere di amministrare, mentre buona parte della dottrina ancora oggi discute sull’eventuale diritto dell’amministratore di percepire un compenso per l’attività svolta. A priori può dirsi che, tutte le volte in cui il compenso risulta espressamente previsto e per coloro che hanno a ritenere che il potere di amministrazione ha la sua esegesi in un mandato conferito dagli altri soci, la certezza diventa totale. Il potere dell’amministratore, comunque, non è come quello del mandatario all’interno delle società di persone, un potere derivato, ma risulta essere un potere indubbiamente originario che prova la sua ragion d’essere e la sua fonte direttamente nella qualità stessa di socio.
La Corte di Cassazione con conformità estrema, si è spesso espressa sul diritto dell’amministratore al compenso, affermando che anche se le parti non hanno tenuto conto all’interno del contratto sociale della particolare funzione e posizione del socio amministratore al fine della determinazione del compenso stesso, esso non può essere negato solo perché eventualmente nel contratto si difetti di una previsione di onerosità. In forza di ciò il compenso risulta dovuto in tutti i casi all’amministratore, non nella qualità di mandatario degli altri soci, ma in funzione del suo ruolo di amministratore, che deve essere inteso come gestione dell’intera attività sociale e simultaneo perseguimento dell’oggetto sociale.
La suddetta opera di gestione, rappresentante l’attività svolta nella società, è connessa direttamente con la qualità di socio illimitatamente responsabile in base al principio generale, vigente in materia di società di persone, chi rischia amministra, e anche in considerazione del fatto che chi pone in gioco il proprio patrimonio, tende a gestire l’attività sociale con maggiore attenzione.
L’amministratore, nell’esercitare il proprio potere, non ha limiti di contenuto oltre a quelli coincidenti con l’oggetto sociale. Egli può compiere, infatti, atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, trovandosi limitato solo dal corrispondente esercizio del potere da parte degli altri soci. Come già in precedenza detto, la nozione di amministratore non è facilmente definibile a priori, se non in stretta funzione dell’oggetto e nell’interesse per il quale tale oggetto viene attuato, trattandosi dell’esercizio non di singoli atti ma di un’attività che viene in ogni caso svolta nell’interesse altrui. In special modo, per ciò che riguarda l’amministratore di società di capitali, occorre dire che egli indubbiamente svolge una funzione precipuamente ed essenzialmente professionale che totalmente si sgancia dalla figura dell’amministratore di società di persone. Tale amministratore, infatti, normalmente non risulta essere socio e quindi viene ad avere in linea teorica, o per lo meno dovrebbe avere meno interesse per la gestione del patrimonio sociale e per il raggiungimento dell’oggetto sociale stesso.
In fondo però, ciò non risulta essere vero, in quanto l’amministratore nelle società di capitali risulta investito da obblighi contrattuali che presuppongono un impegno diligente e pienamente adempiente, ed essendo vincolato, probabilmente con maggiore vigore, ad un insieme di obblighi tipicamente correlati alla sua funzione.
Sempre nell’ambito delle società di capitali è opportuno evidenziare che esiste una precisa distinzione: nelle società per azioni l’amministrazione può liberamente essere affidata anche a non soci, mentre nelle società a responsabilità limitata la legge dispone che, salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, solo i soci possono essere nominati amministratori. In entrambi i tipi di società l’amministrazione può essere affidata ad un amministratore unico o ad un consiglio d’amministrazione. In questo’ultimo caso è possibile che il consiglio deleghi alcune funzioni ad uno o più amministratori delegati o ad un comitato esecutivo. Gli amministratori delegati agiscono, di norma, disgiuntamente, salvo che il consiglio imponga a due o più di essi, per le decisioni più importanti, di agire congiuntamente, sicché il comitato esecutivo funziona come organo collegiale e delibera a maggioranza.
Discorso a parte meritano le società in accomandita, siano esse per azioni o semplici. In questi particolari tipi di società, infatti, esistono due categorie di soci: gli accomandanti e gli accomandatari. Questa distinzione, fondata sul diverso regime di responsabilità ad essi applicabile -responsabilità limitata per i soci accomandanti, responsabilità illimitata per i soci accomandatari- ha conseguenze dirette sulla composizione e sul funzionamento dell’organo amministrativo.
La legge dispone, infatti, che l’amministrazione della società possa essere affidata soltanto ai soci accomandatari, prevedendo la sanzione della perdita del beneficio di responsabilità limitata per il socio accomandante che si inserisse nell’amministrazione della società; nella società in accomandita per azioni, poi, esiste una necessaria coincidenza tra la posizione di socio accomandatario e quella di amministratore.
Riassumendo quanto espresso nel presente paragrafo, possiamo senz’altro ribadire che agli amministratori, il linea generale, vanno affidati compiti di enorme complessità, che essenzialmente si rifanno ad una doppia direzione: l’attuazione di determinati rapporti attinenti all’organizzazione sociale da una parte, e alla gestione dell’impresa sociale dall’altra.
Nella prima direzione rientrano tutta una serie di compiti di natura specifica, legati a rapporti con gli altri organi della società e ai singoli soci. Alla seconda, appartengono, invece, tutte le generiche attività di amministrazione dell’impresa sociale, insieme ad una serie di incombenze funzionalmente connesse con queste.
Amministrare significa dunque svolgere un’attività ossia compiere atti in relazione ad un patrimonio e per un certo scopo. I termini della predetta relazione sono quindi costituiti dallo scopo dell’amministrazione e dall’oggetto della medesima; oggetto dell’amministrazione societaria è quindi il patrimonio della società, che costituisce, allo stesso tempo, anche lo strumento indispensabile al fine di poter raggiungere l’oggetto sociale.
Il rapporto, comunque, che lega l’amministratore di società di capitale e la società, è tutt’oggi in parte interpretato dalla dottrina in diverso modo.

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