LA SUPREMAZIA DEL P.M. NEL PROCESSO PENALE AMERICANO

Il soggetto imputato, nell’ordinamento processual penalistico americano, non ha di regola un vero e proprio diritto alla “revisione” della decisione del Pubblico Ministero a meno che non lamenti la violazione di quei precetti costituzionali che fungono indirettamente da canoni anche per l’esercizio della funzione d’accusa.

Attraverso il notevolissimo contributo della giurisprudenza e della dottrina, si è così enucleato il fenomeno del “prosecutorial abusive indecision to prosecute” che deriva dalla violazione di precetti costituzionali.

Si tratta di un fenomeno che presenta diversi aspetti, tra i quali ne vanno segnalati almeno alcuni: utilizzazione impropria dell’istituto del grand jury; violazione del dovere di mettere una prova a discarico a disposizione della difesa; l’uso discriminatorio delle peremtory challenges nella selezione dei giurati.

Il divieto di comportamenti di questo genere, configura altrettanti limiti alla discrezionalità della accusa, che si affiancano ad altri altrimenti desumibili dal sistema.

Nella valutazione della cosiddetta incostituzionalità nei confronti dell’azione del Pubblico Ministero, le Corti americane in genere privilegiano un approccio incentrato sul cosiddetto “prosecutorial intent”. Questo concetto a parer mio viene utilizzato in una larga e parzialmente atecnica eccezione, comprensiva del convincimento, delle motivazioni e degli scopi che sono alla base dell’azione del Pubblico Ministero.

La selective prosecution consiste in una disparità di trattamento, rilevabile dal fatto che a volte in ipotesi analoghe l’accusa non venga elevata.

Essa può quindi dar luogo ad un qualcosa che non involge il merito della imputazione, ma che, lamentando una discriminazione, riguarda la violazione del principio di uguaglianza e, eventualmente anche altri precetti costituzionali.

L’imputato assume l’onere di provare la sussistenza di una duplice situazione: da una parte, l’effettiva discriminazione, dall’altro il fatto che ciò dipenda da una azione penale esercitata per scopi impropri.

Dalla giurisprudenza non è facilmente agevole ricavare il peso che tali impermisible factors devono assumere nella scelta di esercizio della azione penale; vale a dire se debbano costituire l’unico o il dominante fattore dell’iniziativa del pubblico ministero; ovvero una conditio sine qua non e/o  soltanto una delle ragioni che hanno indotto l’accusa.

Alcuni giuristi americani dicono che è cosa facile dimostrare l’intento discriminatorio da parte dell’imputato, basterebbe a lui infatti fare riferimento a rilievi statistici sul comportamento della prosecution in casi consimili, ma bisogna dire che l’accesso a dati del genere non risulta cosa facile.

Ciò perché, il rappresentante della accusa non è, infatti tenuto ad esplicitare in ogni caso le sue scelte, ed inoltre molti uffici del pubblico ministero omettono di rendere pubblici i criteri generali in proposito.

In questo modo i soggetti imputati dispongono spesso di documentazione molto ridotta per suffragare questa prima difesa.

Oltre a questo comunque, anche se in presenza di dati statistici sufficienti, le Corti sono, tuttavia, poco propense ad accogliere sic et simpliciter la doglianza, a causa delle cosiddette tante ragioni che guidano le opzioni dell’accusa nel caso concreto. Se a questo si aggiunge l’onere di dovere dimostrare la intenzionalità della discriminazione, ci si rende conto della difficoltà per la difesa di vedere coronate di successo eccezioni in proposito.

Collegata ma distinta ad essa, la problematica della cosiddetta “vindictivenes in charging” tocca la clausola costituzionale che assicura a ciascuno il diritto ad un giusto processo. Questo problema sorge quando il pubblico ministero aumenti il numero o la gravità delle imputazioni inizialmente sollevate, a causa di un qualsiasi comportamento difensivo sgradito.

Questi comportamenti del resto hanno adombrato anche recentissimi procedimenti, che per la fama dei soggetti imputati sono arrivati via etere al pubblico mondiale.

Una cospicua parte della dottrina ritiene che, le difficoltà incontrate dalle corti nell’assicurare una effettiva e piena tutela sono diretta conseguenza dell’approccio che si incentra sulla c.d. intent-hased analys, che punta l’attenzione sulle intenzioni del pubblico ministero, e non su connotati esteriori del suo comportamento.

In questo modo il potere della accusa diventa l’elemento che caratterizza la incertezza della parità processuale, ledendo diritti costituzionali.

Il connotato delle intenzioni del pubblico ministero non a caso caratterizza fortemente la giustizia americana.

In questo modo gli americani hanno cercato di rendere sempre meno garantista il loro sistema processuale, cercando in tale modo di assicurare una presenza nel processo penale, non di semplice parte accusa, ma di parte accusa dotata di ampia discrezionalità. Alcuni giuristi americani, tra cui Earstebrook, hanno addirittura asserito che la decisione finale del processo e quindi la sentenza, sono da attribuirsi al 90 per cento dei casi al pubblico ministero, che si comporta così come in un lontano passato, da noi si comportava il pretor urbanus: preparava il processo, lo rendeva equo a sua discrezione e lo consegnava in fase apud iudicem con precise direttive.

Il processo americano segue questa strada, strada che si impervia verso una continua osannazione della parte accusa quasi a rincorrere la volontà popolare, trascurando con piena coscienza la rilevanza che la posizione di “par condicio” riveste nella civilizzazione del sistema processual penalistico. La disciplina del processo penale, in America, si sposta sempre più verso un condizionamento di tipo politico, abbandonando quella eticità che ha sempre contraddistinto dalla guerra di Secessione ad oggi essa Nazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.