LE INDAGINI DIFENSIVE IN SEDE DI GIUDIZIO ABBREVIATO ALLA LUCE DELLA RIFORMA ORLANDO

Introducendo la legge n. 103 del 23 Giugno 2017, recante “ Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, nota come “riforma Orlando”, il legislatore ha riservato protezione a che non si verifichi un uso distorto del poter depositare “all’ultimo” i risultati delle investigazioni , limitando nel tempo il deposito di questi ultimi, sicché garantire più ampi spazi di indagine al pubblico ministero, al fine di operare un riequilibrio del “gioco” tra le parti.                                        

Il processo penale è per sua ovvia e giusta natura un procedimento a carattere progressivo, nel suo essere, sin dal momento del suo avvio sin’ al momento della sua conclusione: come una strada in costruzione, dalle mille possibili vie realizzabili, avente un punto d’inizio  ed un punto, indicato dalla veritas,  e deciso su questa , di arrivo;  vie che nel processo penale possono essere create e distrutte da prove  raggiunte, scoperte e sorrette da indagini che per l’accusa e per la difesa devono potersi sviluppare e svolgere in posizione sempre, almeno nella forma, ma  interessa anche  nella sostanza, eguale.

Potendo figurare la fattispecie in cui la difesa faccia richiesta di “giudizio abbreviato”  immediatamente dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, al pubblico ministero, ex art. 438 c.p.p., quarto comma, viene garantita la possibilità di svolgere ulteriori indagini: “sulla richiesta [di accesso al giudizio abbreviato, il giudice provvede con ordinanza con la quale dispone il giudizio abbreviato. Quando l’imputato chiede il giudizio abbreviato immediatamente dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede solo dopo che sia decorso il termine non superiore a sessanta giorni, eventualmente richiesto dal pubblico ministero, per lo svolgimento di indagini suppletive. In tal caso l’imputato ha facoltà di revocare la richiesta”. Chiara e troppo ampia, risulta però essere la discrezionalità del giudice nel valutare il quantum relativo all’ “immediatezza” con cui il soggetto imputato debba richiedere il ricorso a questo speciale modus di giudizio, nato per rendere i tempi del processo più celeri rispetto a quelli del iter principale, l’ ordinario.

Ci si chiede: introducendo nuove indagini la ratio per cui il rito abbreviato nasce, viene a trovare humus proprio? O la celerità viene a sfumare in un percorso tanto minuzioso quanto … “ordinariamente” lungo? I connotati di brevità istruttoria vengono appesantiti imbellendosi di aspettative, seppur mal copiando il già conosciuto: non più un giudizio allo stato degli atti, bensì un giudizio con diritto alla prova molto simile a quello del dibattimento.

Siamo in pieno diritto allorquando la Corte Costituzionale sostiene il dovere rivolto al pubblico ministero di tener fede al cosiddetto “principio di completezza”, spingendo l’accusa allo svolgimento di tutti gli accertamenti sugli elementi di prova, e dunque di indagine non solo contro, ma anche a favore dell’imputato, senza mai sostituirsi alla difesa, propria nel suo ruolo, al fine di non instaurare un processo chiaramente superfluo, ed al fine di indurre l’imputato all’accettazione dei riti alternativi; ma si attenzioni: in nessuna sanzione processuale incorre il pubblico ministero che non persegua attività di indagine a favore dell’indagato, rientrando questo tipo di opere nella sfera di competenza della difesa. E’ con la legge numero 7 del Dicembre del 2000, che il ruolo delle indagini difensive assurge a ruolo principe, e l’arte del difendere diventa fendente e scudo al contempo alle indagini della pubblica accusa.

Non può esservi parità laddove non sia dato il tempo né il modo di sollevare a contrario questioni, ragion per cui il quinto comma del già citato art. 438 del c.p.p.  ha animato dottrina e giurisprudenza ad uno scambio di riflessioni per ciò che stabilisce: la facoltà del pubblico ministero di prova contraria rispetto le prove integrative alla cui acquisizione l’imputato abbia subordinato la richiesta di giudizio abbreviato.

Secondo la ratio del sistema accusatorio e costituzionale dell’ ordinamento giuridico italiano, improntato profondamente al principio del giusto processo, il principio del contraddittorio è necessario alla funzione cognitiva della giurisdizione, in quanto il metodo probatorio nel quale confluiscono l’operato dell’accusa e l’operato della difesa è ritenuto il migliore alla ricostruzione dei fatti il più possibile vicina alla verità: Cardine, in maiuscolo, essenziale di un giusto processo è il non diminuire gli spazi-luogo del contraddittorio nella formazione della prova, ovvero che entrambe le parti possano a contrario dimostrare e dunque confutare tesi proposte dall’altro soggetto, in virtù del raggiungimento del “centro-vero”. Per questa ragione, le varie ipotesi che negavano o vedevano troppo o poco ristretta la possibilità di tesi a contrario e di riapertura dei termini delle indagini, proposti nel tempo, da vari esponenti di dottrina e giurisprudenza, non giusti apparivano, alla luce del principio del giusto processo, matrice del nostro ordinamento giuridico, tendente in modo esponenziale alla verità del fatti.

E, iniziando con “e” “congiunzione” proprio perché un filo continuo, anche se ingarbugliato, stiamo tessendo, laddove si utilizzi “giusto processo” non è possibile disgiungere “certezza”, così per cui mi è di pilastro portante non tanto chiarire, ma far sorgere in chi legge, il dilemma su ciò che il legislatore intendeva nel momento in cui scrisse il già citato comma quarto dell’438esimo articolo del codice di procedura penale, nel tratto in cui “quando l’imputato chiede il giudizio abbreviato immediatamente dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede solo dopo che sia decorso il termine non superiore a sessanta giorni, eventualmente richiesto dal pubblico ministero, per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa. In tal caso, l’imputato ha facoltà di revocare la richiesta”.  Si usa “immediatamente”. Si usa non ampia, ma ampissima discrezione. Può usarsi approssimazione in un processo definito “giusto” e “certo”? Non solo: non chiaro è ciò che il pubblico ministero ha facoltà di depositare, si, certamente, entro sessanta giorni, etc. … ma se il pubblico ministero, minaccioso soggetto agli occhi del soccombente, presentasse elementi al di fuori del limite delle investigazioni difensive? Si avrebbe un ritorno al modus “ordinario” od anche una sostituzione al capo d’imputazione, e dunque libero accesso ad anche le altre tipologie di riti alternativi? Chiaramente parità, chiaramente possibilità al pubblico ministero di controbattere, ma altrettanto chiaramente, si ritiene, entro i ranghi di ciò contenuto nell’alveo delle indagini difensive, onde non incorrere in quel rischio ombroso, lacunoso e dalla parvenza ingiusta dello sviluppare nuove ipotesi di reato che seguirebbero la  nuova  costruzione di indagine, rispetto la già edificata, spingendo ben oltre i margini del diritto alla controprova: la giurisprudenza a Sezioni Unite ha sottolineato come, similarmente alle nuove investigazioni del p.m., nel caso di appello incidentale si debbano avere per argomento i soli punti della decisione oggetto dell’appello principale ed i punti in necessaria connessione con quest’ultimo, non nuovi, a se stanti ed/od ulteriori. Ratio di entrambi gli istituti è un riesame di entrambe le parti al fine di creare un confronto paritario completo; emerge l’importanza di una giusta e minuziosa osservazione e spunto di riflessione attenta, laddove si ritenga il “controbattere” debba essere solo per ciò che concerne gli stessi punti delle indagini principali:  dovrebbe riguardare solo il “capo” e non i medesimi punti, giacché sarebbe impossibile altrimenti ritenerlo strumento eccedente l’ambito del gravame principale. Secondo questa tesi è dunque ammissibile che i punti oggetto di domanda successiva possano discostarsi ed essere nuovi rispetto alla prima domanda proposta: anche questo è nel suo essere, completezza; sempre tenuto presente e rispettato il vincolo di connessione logico-giuridico.

Ora il giudizio abbreviato si fonda non più sul consenso di entrambe le parti, indagato e pubblico ministero, bensì su richiesta della sola parte soccombente; ed inoltre nel caso di questo procedimento penale speciale, il giudice dell’udienza preliminare ha la facoltà di assumere, anche d’ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione; ed ancora, la valutazione di ammissibilità, viene concepita solo qualora la richiesta di questa forma di giudizio sia subordinata ad una integrazione probatoria.

Secondo quella ratio, leitmotiv, di economia processuale, in ordine di tempi e di pena, l’imputato, qualora si verifichi il rigetto della richiesta di giudizio abbreviato subordinata ad integrazione probatoria, può sempre avere come opzione una domanda non sottoposta a condizione da poter proporre sino alla formulazione delle conclusioni, obbligando così il giudice all’emissione di una sentenza e garantendo per sé, qualora si verifichi condanna, la riduzione di un terzo della pena finale, corroborando la bilancia che pesa esigenza deflattiva ed aspetto premiale.

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