GIUSTIZIA PREDITTIVA E LIBERO CONVINCIMENTO DEL GIUDICE

Stiamo assistendo in modo deciso all’emersione della realtà della giustizia predittiva, in cui si supporta la decisione giudiziaria su base algoritmica, su base statistica o con criteri diversi. Non mancano elementi di attrito, in quanto è nota l’eterogeneità delle decisioni dei Magistrati, l’ipertrofia delle leggi italiane, non sempre costruite con qualità, nonché le difficoltà a percepire gli schemi di ragionamento di un algoritmo.

Questo termine è una corruzione del nome del matematico arabo al-Kuwarizmi, vissuto nel IX sec. D.C., e rappresenta un procedimento sistematico, per la risoluzione di un determinato problema, sulla base di una sequenza finita di istruzioni precise, eseguibili da qualsiasi agente, umano o meccanico, le quali infallibilmente conducono alla soluzione in un numero infinito di passi.[1]

Ci sono dei prodromi e germi storici di questa suggestiva categoria della giustizia predittiva, ossia: non bisogna pensare che essa sia una novità dell’ultim’ora. Nel 1946 Norbert Wierner, fondatore della cibernetica, elabora l’idea di una potenziale applicazione della teoria dei servomeccanismi, dispositivi utilizzati per regolare una grandezza meccanica in modo continuo nel tempo, al funzionamento del diritto e nello stesso anno, un manager giurista americano, Lee Loevinger, propone di utilizzare le tecniche elettroniche per la risoluzione dei problemi giuridici. Si crea la c.d. “giurimetria”, Essa si propone di applicare modelli logici a norme giuridiche costruite in modo tradizionale, applicare il computer all’attività giuridica, giungere alla previsione delle future sentenze del Giudice. Questi tratti caratteristici della giurimetria dimostrano come la questione della “giustizia predittiva” sia relativamente risalente, in quanto questi scopi basilari della “scienza” in parola attecchiscono già a seguito della pubblicazione di un volume collettivo intitolato Jurimetrics, coordinato da Hans Baade.

Successivamente, si sviluppa la giuscibernetica, in cui la società viene concepita come un insieme di sistemi che interagiscono, compenetrandosi reciprocamente. Il sottosistema giuridico è particolarmente importante, perché datore di regole per operare nel sistema generale. Si tenta di percepire il nesso fra diritto e mondo esterno. Il diritto viene interpretato come un sistema cibernetico a retroazione, nel senso che, per esempio, esaminando il sotto-settore penalistico, ove si commetta un reato, vi è un turbamento dell’equilibrio sociale, con la conseguenza che la sanzione comminata a chi ha commesso l’illecito, ristabilizza l’equilibrio sociale turbato.

Esiste anche una corrente di pensiero, che tende a escludere in modo deciso la calcolabilità del diritto, perché l’applicazione di criteri e formule matematiche a una decisione del Giudice ne mortifica il libero convincimento, da  leggere come potere di interpretazione delle norme, in base al principio Jura novit curia. E’ il Giudice, in quanto essere umano, che deve sviscerare fine nelle più intime fibre la statuizione legislativa, per ricavare la norma da applicare al caso concreto. L’uso di formule matematiche, secondo questo approccio, costituisce un’intrusione indebita in un compito che è essenzialmente umano. Verso la fine degli anni ’50, nasce la disciplina dell’intelligenza artificiale, che si propone di replicare su un calcolatore i meccanismi tipici della mente umana (sarà mai replicabile la coscienza? Occorre arrivare all’utopia transumanista?).

 Ne deriva il filone di studi dell’informatica giuridica, con la possibilità di delimitare il periodo che riguarda le applicazioni giurimetriche dalla fine degli anni ’40 agli inizi degli anni ’60. Il momento iniziale dello sviluppo di questo particolare segmento dell’indagine giuridica può farsi coincidere con articolo di Loevinger pubblicato sulla “Minesota Law Review” nel 1949, il momento finale con l’opera collettiva, curata da H. Baade, intitolata “Jurimetrics” ed edita nel 1963, già citata..

Dopo la vicenda storica della contrapposizione dialettica fra Galileo Galilei e l’Inquisizione, con l’introduzione del metodo scientifico, gli studi matematici sono utilizzati in modo maggiormente massiccio nell’approcciarsi al fenomeno giuridico  (metodo euclideo di Faber  e di Vivianus, metodi razionalistici tipici dei giusnaturalisti e studi di Leibniz dove il metodo logico è considerato il metodo per eccellenza per rappresentare e produrre diritto, all’interno dell’universale nozione di “characteristica universalis”).

E’ stata di recente studiata una modalità di interpretazione della legge secondo modelli matematici (Luigi Viola), che parte dall’art. 12 delle pre-leggi, secondo cui “Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore(2). Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione), si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe); se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato”,

Si. sviluppa un’equazione, che dovrebbe evolvere in un algoritmo interpretativo, come supporto dell’attività ermeneutica del giurista, con l’eccezione di settori in cui il giuridico s’interseca con il metagiuridico, come il diritto di famiglia. Questa suddivisione in settori in cui può operare l’algoritmo e settori in cui il medesimo non può operare può far pensare a un vivisezionare il giuridico, con esiti che possono essere diversificati e genera qualche dubbio.

Questa l’equazione:

IP:(IL ± ILn)°(IR ± IRn) ° [IL=0=>(AL ± ALn)]°[AL ͌  0=>(AI±AIn)].

Formula elaborata sulla base del dato normativo testuale dell’art. 12 delle Preleggi, più volte citato, il quale, in estrema sintesi, prevede che:

  • sono possibili 4 interpretazioni (comprensive di interpretazioni composte tra loro);
  • l’interpretazione letterale prevale su quella per ratio (IL>IR);
  • l’analogia legis prima e iuris dopo sono utilizzabili solo in assenza di una “precisa disposizione” (<=>IL=0);
  • l’interpretazione analogica non può mai prevalere su quella letterale (IL>IR>>AL>AI);
  • in caso di contraddizione tra interpretazioni letterali, il risultato non può ritenersi pari ad una “precisa disposizione”, così da legittimare l’analogia legis ed, in caso di dubbio, l’analogia iuris;
  • il numero di possibili interpretazioni dello stesso tipo non è fissato in modo rigido (per cui possiamo assegnare la lettera n per indicare tale variabile).

Ad avviso di chi scrive, resta una petizione di principio l’affermazione, incorporata nell’equazione, secondo cui l’interpretazione letterale prevale su quella per “ratio”.,

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