GLI ATTI LEGISLATIVI EUROPEI E I RAPPORTI TRA IL DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA E IL DIRITTO NAZIONALE

Gli atti legislativi europei e i rapporti tra il diritto dell’Unione europea e il diritto nazionale
Tra le fonti promananti dal diritto europeo si distinguono le fonti di diritto originario e le fonti di diritto derivato. Le prime consistono nei Trattati istitutivi delle Comunità europee e nei successivi Trattativi modificativi, oggi sostituiti con il Trattato sull’Unione europea (TUE) e il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

Sono considerate, altresì, fonti originarie i principi fondamentali enucleati dalla Corte di giustizia europea. Sono, invece, fonti di diritto derivato quelle elencate nell’art. 288 del TFUE e cioè i regolamenti, le direttive, le decisioni, le raccomandazioni e i pareri.
Il regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi e presenta i caratteri della generalità e astrattezza; inoltre, esplica efficacia diretta sicchè non è necessario alcun atto di recepimento da parte del singolo Stato membro ai fini della sua applicazione. Deve, inoltre, essere motivato e per essere efficace occorre che sia pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’UE affinché possa entrare in vigore nella data prevista o in mancanza dopo 20 giorni. Nell’ipotesi di norma interna contrastante con il regolamento, prevale quest’ultimo e la norma interna viene disapplicata dal giudice nazionale. Ciò in forza del principio di autolimitazione della sovranità statale a favore di ordinamenti sovranazionali, quali l’ONU e l’UE, desumibile,nel nostro ordinamento, dall’art. 11 della Costituzione. e della necessaria attuazione degli obblighi derivanti dal diritto internazionale e dall’UE, così come prescritto dall’art. 117 della Costituzione .
Le direttive, invece, non sono vincolanti in tutti i loro elementi, invero vincolano gli Stati membri solo quanto al risultato da raggiungere, sicchè gli Stati sono liberi di scegliere gli strumenti che ritengono più idonei ai fini della loro implementazione nell’ordinamento interno. A certe condizioni, anch’esse esplicano efficacia diretta negli ordinamenti interni. Per essere self executing, infatti, devono essere già scadute (essendo già decorso il termine fissato per il loro recepimento) e devono essere dettagliate in modo da non lasciare spazi di discrezionalità agli Stati membri; i precetti ivi contenuti devono quindi essere precisi, chiari, incondizionati e devono fondare diritti in capo ai singoli. Anche se self executing, contrariamente ai regolamenti hanno sempre efficacia verticale e giammai orizzontale, possono cioè regolare i rapporti tra Stato e cittadini ma non tra i cittadini. Ad ogni modo, in base al principio di leale collaborazione ex art. 4, co. 3 TUE gli Stati sono tenuti ad astenersi dal compiere atti che possano ostacolarne l’applicazione.
Le decisioni sono obbligatorie in tutti i loro elementi e si rivolgono generalmente a destinatari determinati. Quando non presentano contenuto generale, esse esplicano la propria efficacia dal momento della notifica ai destinatari da altra data successiva se espressamente indicata.
I pareri e le raccomandazioni si caratterizzano per non avere alcuna natura precettiva. Non sono atti vincolanti. In particolare, i pareri servono a fissare determinate posizioni su certe questioni. È il Parlamento europeo l’organo titolare del generale potere di emettere pareri, le altre istituzioni esercitano il proprio potere consultivo nei casi espressamente previsti dai trattati.
Le raccomandazioni, invece, hanno una funzione propulsiva consistente nel suggerire certi comportamenti su determinate questioni. L’art. 292 TFUE attribuisce il generale potere di adottare raccomandazioni al Consiglio; mentre la Commissione e la Banca centrale europea possono adottare raccomandazioni solo nei casi previsti dai trattati.
Preme, infine, sottolineare come vi sia un regime comune agli atti normativi tipici, che si sostanzia nell’obbligo di motivazione, nell’indicazione della base giuridica dell’atto(ossia nella menzione dell’articolo dei trattati su cui il potere normativo è fondato) e nella pubblicità.
Quanto al rapporto tra ordinamento europeo e ordinamento interno, va rammentato che secondo la nostra Corte costituzionale si tratta di ordinamenti integrati sebbene separati. Ciò vuol dire che devono essere coordinati tra loro. Questo stretto rapporto di correlazione viene rafforzato dall’obbligo di leale collaborazione sancito dall’art. 4, co. 3 TUE. In base a tale obbligo gli Stati membri sono tenuti ad adeguare i rispettivi ordinamenti a quello europeo. D’altra parte,il riconoscimento della necessaria prevalenza di quest’ultimo rispetto alle fonti interne, cioè del principio di primazia del diritto europeo rispetto a quello interno, risale alla sentenza n. 6/64, Costa c. Enel, della Corte di giustizia ed è stato definitivamente confermato dalla nostra Corte costituzionale nella celebre sentenza n. 170/84, Granital c. Amministrazione delle Finanze.
Invero, la Corte costituzionale ha riconosciuto che gli atti normativi comunitari possano derogare persino a norme interne di rango costituzionale (Corte cost. n. 117/1994 e n. 126/1996). Tuttavia, la limitazione di sovranità dello Stato italiano a favore dell’U.E. non può pregiudicare i principi fondamentali del nostro diritto costituzionale e i diritti inalienabili dell’uomo. Secondo la giurisprudenza costituzionale, infatti, tali principi e diritti costituiscono dei “contro-limiti” rispetto alle limitazioni di sovranità.
Ne segue che ove il diritto europeo sia in conflitto con i valori costituzionali fondamentali, spetti alla Corte costituzionale intervenire, attraverso quello che può essere definito “il controllo di costituzionalità passivo”, che non ha per oggetto la norma comunitaria (estranea al novero degli atti scrutinabili dalla giurisdizione costituzionale), ma ad essa è rivolto.
In particolare, qualora una disposizione o un atto comunitario violasse un siffatto principio (ad esempio, l’indipendenza della magistratura) o un diritto fondamentale della persona (ad esempio, il diritto alla tutela giurisdizionale ex art. 24 Cost.), il giudice avrebbe l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale della legge italiana di esecuzione del Trattato, in riferimento alle singole disposizioni comunitarie in conflitto con detti principi o diritti fondamentali. Pertanto, l’eventuale pronuncia di incostituzionalità avrebbe ad oggetto la legge italiana di esecuzione non nella sua interezza (e, quindi, non la stessa partecipazione dell’Italia all’U.E), ma solo nella misura in cui consentisse a specifiche disposizioni o atti comunitari di spiegare i propri effetti nell’ordinamento italiano.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e la modifica dell’art. 6 TUE, la teoria dei contro- limiti sembra essere stata recepita dallo stesso ordinamento comunitario, quantomeno allorquando essi attengano a diritti fondamentali, comuni agli Stati membri e difesi dalla stessa Carta europea.

BIBLIOGRAFIA
Clarich M., Manuale di diritto amministrativo, Il Mulino, III ed., Bologna, 2017.
Daniele L., Diritto dell’Unione europea, Giuffré, Milano, 2018.
Del Giudice F., Manuale di diritto costituzionale, Simone, XXXIII ed., Napoli, 2018.

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